Passeggiavo tra rovi di velluto e rose odorose.
Mio padre aveva scritto il copione.
Mia madre consegnato le parti.
Avi silenziosi tacevano in petto,
privati della voce e del mio rispetto.
La paura tracciava lunghi sentieri di pietra e innalzava muri di piombo.
Camminavo tra rovi di velluto e rose odorose, ortiche spinose e giunchi di fiume.
Ma, in nessun fiume mi ero mai specchiata,
Nessuna ferita avevo davvero medicato.
Il dolore, serpente scaltro, sa strisciare sottopelle e anestetizzare col suo veleno. Morde solo se guardato.
Non ho ucciso mio padre e mai liberato mia madre, schiava di guerra, altra stirpe.
Ho lasciato prendessero me, i predatori.
Mi sono consegnata al Destino.
Nessuno me lo aveva chiesto.
Non piangevo nelle notti di violenza,
convinta che quello fosse il godimento.
Non ululavo alla luna, perché lo sguardo miope mi impediva di distinguerla dalle altre stelle.
Non ho tolto le catene ai polsi, persuasa che fossero i gioielli regali della mia tribù.
Ecco il Fato.
Reiterazione di colpe.
Espiazione di sacrifici senza dei.
Semi in putrefazione in terre rese sterili.
Estinzioni di razza.
Aedi stanchi che narrano storie senza eroi.
Poi un giorno è successo.
Il Fato mostruoso mi ha rapita.
Mi ha obbligata a guardare la Luna, instillando la rugiada della notte nelle mie pupille, come una lacrima perenne.
Da quel giorno conosco la Tristezza,
ma ho iniziato a vedere.
Ho iniziato ad ululare come una lupa senza branco. Non avevo idiomi nella gola, né parole conosciute, ma solo il bisogno di vagire ad una Bellezza che, furtiva e senza coito, mi aveva partorita e poi abbandonata.
Peli ispidi hanno ricoperto la mia faccia.
Ho scoperto mammelle sul mio ventre e che il cuore ha cicli lunari.
Sentivo l'odore delle prede, lo riconoscevo.
E pure quello del predatore.
Deviare dalla strada dove ti hanno messa è come chiedere ad un uccello di guardare gli abissi del mare o a un pesce di volteggiare fino alle stelle.
È come chiedere alla lupa di sentire il respiro della cerva e al verme di prendere la rincorsa per il salto.
Allineare a sé il Destino significa seminare morti, distruggere stirpi, commettere fratricidi interiori, uccidere parti di sé, mangiare carni di figli per restituirli, digeriti, alla Vita, accendere pire sui corpi dei padri prima ancora che sopraggiunga la fine. Patteggiare il prezzo della madre e aprire le tombe di chi ci ha preceduto nella notte dei tempi.
Bonifica delle radici.
Vaticinio del Daimon: attraversare terre bruciate dalla tua stessa desolazione.
Sdradicare ulivi piantati in una terra di sale.
Sapere che puoi anche non fiorire.
Uscire di Strada.
Perdere la via.
Smarrire le coordinate.
Rasentare la follia.
Perdere umanità.
Ripartire dalla pelle.
Odorare i centimetri di aria
Scoordinarsi.
Sentite che una quercia irrompe dentro al petto.
Diventare albero e foglia.
Confondersi con la terra.
Diventare minuscola cosa.
Spaventarsi dell'universo.
Respirare con la luna.
Non definirsi.
Ecco il Fato che allora, clemente, ti tiene tra le sue braccia e tu senti solo che, finalmente hai smesso di lottare.